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Il catalogo della mostra di Roma

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LA NUOVA PRIMAVERA DI MARIO MAFAI

A quarant'anni dalla scomparsa di Mario Mafai, Roma e Brescia, dedicano due antologiche all'artista romano. E’ chiaro che stiamo assistendo ad una riscoperta di questo artista, e che la futura realizzazione di un museo dedicato alla Scuola Romana a Villa Torlonia non potrà che rafforzarla. Non va dimenticato, infatti, che Mafai è stato un grandissimo artista, capace come pochi altri in Italia ai suoi tempi, d’interpretare la grande svolta coloristica avviata ad inizio secolo dall’espressionismo, traducendola in una ricerca figurativa fortemente legata a Roma nei soggetti, nella luce e nella sensibilità all’ambiente. 
Il profondo nesso fra la storia personale di Mafai e Roma, esplicitatosi nel sodalizio con Scipione e la Raphaël, si estese ai suoi rapporti con i letterati e alle tante straordinarie rappresentazioni della città, di cui ha voluto fissare, con le Demolizioni, anche gli interventi e le lacerazioni nel tessuto urbano: le intensissime rappresentazioni delle violenze urbanistiche cui Roma fu sottoposta dal fascismo negli anni trenta si associano alla visionarietà allucinata delle orge di potere e distruzione che Mafai proietta sulla tela sin dall’inizio della seconda guerra mondiale, mantenendole poi a lungo inedite quasi per una sorta di protettivo pudore. Dipingerà una realtà malinconica, consumata dalle demolizione naziste: la città storica e la città che si trasforma, la guerra, i tetti di Roma, e le vedute intense, luminose, le suggestioni poetiche e umane che poteva offrire. L'incontro con il vero, che si manifesta dalle tele con colori smorzati, verso gli ultimi anni della sua vita lo porterà all'astrazione. 
 
Ancora pochi giorni (fino al 27 febbraio) per visitare "1902-1965 - Una calma febbre di colori". La mostra, a Roma, Palazzo Venezia, si rifà nel titolo ad una celebre frase del critico Libero de Libero, che in un suo testo del ‘30 definì la pittura dell’amico Mafai proprio come “calma febbre di colori”. Una retrospettiva filologica in cui, attraverso le quasi 90 opere, si dipana il mondo di Mafai e soprattutto il clima storico in cui operò. L’intento è di ripercorrere la vita di Mafai tramite la sua attività d’artista: è quindi una carrellata dagli esordi degli anni '20, alla maturità entro l’ambiente artistico di Roma tra le due guerre, alla pittura del dopoguerra, con il chiaro desiderio di liberarsi della tradizione della “scuola romana”, in quanto consapevole dei mutamenti della situazione artistica internazionale, alle opere astratte degli anni '50 e inizio anni '60. 
Difficile scegliere migliore collocazione di Palazzo Venezia, luogo amato dall’artista, che negli anni giovanili ne frequentò la biblioteca assieme all’amico Scipione. Antinovecentista convinto, infatti studiava il passato dai libri della biblioteca di storia dell'arte, fino ad impossessarsi dello stile di El Greco, per filtrare la sinuosità del proprio temperamento, nella visione espressionistica di forme e volumi creati dal colore. Tele notissime si affiancano ad altre quasi sconosciute: "Lezione di piano", premiato alla Quadriennale del ’35, dove l’artista ebbe una sala personale, "Modelli nello studio", il "Ciclo delle Fantasie" esposto subito dopo la liberazione di Roma, “Arte contro la barbarie”, “La cometa”, “La tartaruga”. Viene inoltre proiettato il documentario “Io non sono un altro, l’arte di Mario Mafai”, realizzato sulla base di scritti, testimonianze e documenti lasciati dall’artista. 
Il valido catalogo di Skira affiancato alla mostra ci conferma l’intenzione di ricostruire storicamente il lavoro di Mafai, ripercorrendolo qui attraverso le opere più importanti e le esposizioni più significative cui prese parte. Pare a noi sicuramente raggiunto l’obiettivo di ricollocare Mafai in un contesto più internazionale, superando la visione limitativa ed un po’ superficiale di una critica che lo voleva artista strettamente romano, ma riconoscendo al tempo stesso il grande contributo alla cultura e all’immagine della Città.
 
“Casa Mafai – da Via Cavour a Parigi” è invece un'interessante ed innovativa rassegna allestita presso il Museo di Santa Giulia a Brescia, e visitabile fino al 20 marzo 2005. Vale anche per questa mostra l’impressione che i curatori, i vulcanici Marco Goldin e Fabrizio D'Amico, abbiano cercato di fornire una visione globale dell’esperienza artistica di Mafai (attraverso in questo caso una quarantina di opere). 
L’obiettivo principale di questa mostra sta forse però nel cercare di documentare la straordinaria koinè artistica che, tra gli anni Venti e Trenta unì Mario Mafai alla compagna Antoinette Raphaël De Simon e a Gino Bonichi, meglio conosciuto come Scipione. Quando Roberto Longhi ammirò le loro opere in esposizione alla I Sindacale del Lazio del ’29, subito intuì la portata innovativa di quella che battezzò su "L’Italia letteraria" la "Scuola di Via Cavour", cioè l’indirizzo di Casa Mafai. Lo studio dell’appartamento dalla cui terrazza si vedevano il Colosseo e gli alberi del Palatino, fu per brevissimo tempo il luogo in cui prese forma “una pittura brusca e incendiata, sgarbata e violenta, visionaria e espressionista, lontana”, forse per la prima volta, dal classicismo imperante all’epoca in Italia. Dall’unione fra le influenze parigine della Raphaël ed il talento dei due giovani amici romani, nacquero allora alcuni dei quadri più eversivi, arrischiati, sognanti che la pittura fra le due guerre in Italia seppe esprimere. Fu, però, un’esperienza breve: Mafai si trasferì per lungo tempo con la Raphaël a Parigi. Lì Antonietta si dedicò alla scultura, non essendo più capace di condividere con il suo compagno "la stessa arte della pittura", orientandosi piuttosto verso modelli formali ispirati al classicismo. Scipione invece si ammalò gravemente, e si ricoverò in Trentino fino alla morte nel 1933. Tornato a Roma nel ‘32, Mafai era cambiato: il fermento artistico e l'inevitabile confronto con la tecnica ed il segno della pittura francese lo influenzano profondamente. Di lì a poco, infatti, avrebbe inaugurato, una nuova stagione artistica con i celebri Fiori, e l’esperienza di via Cavour era terminata per sempre.

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